Consigli musicali per l’articolo:

Beth Crowley, Warrior

Angel Haze, A tribe called red

Ieri ero dal dentista, nonché mio medico di base che mi ha in cura da anni, con il fatto che mi sono trasferita in un’altra città e con la mia proverbiale avversione ai medici era parecchio che non lo vedevo. Sta di fatto, complice il bel tempo e la primavera che avanza, che avevo una maglietta a maniche corte, scollata, e i miei tatuaggi erano in parte visibili. Era la prima volta che li vedeva.

Ha esordito dicendo queste testuali parole “chi fa cose del genere è solo in cerca di rogne” (nda: rogna: forma dialettale che indica problemi, guai, situazioni spinose e via discorrendo).

Dopodiché ha cercato di spiegarmi le implicazioni psicologiche del tatuaggio, delle possibili problematiche che potrebbero nascere in futuro sia per un posto di lavoro che per quanto riguarda la mia persona, dato che potrei pentirmene. Fin qui non ci sarebbe niente di strano, solo una persona adulta che cerca di dare un consiglio amichevole a qualcuno di più giovane che la suddetta persona non considera ancora pienamente formato.

Peccato che non sia proprio così.

In questo frangente possiamo anche tralasciare il tono profondamente giudicante e lo sguardo di disapprovazione, non sono fondamentali all’analisi che voglio fare, però d’altro canto è giusto nominarli lo stesso. In ogni caso il punto focale della questione è un altro, è la condizione di quest’uomo in relazione alla mia condizione.

Lui è un uomo di quasi settant’anni, che da quaranta fa sempre lo stesso lavoro, che non ha neppure un tatuaggio e che la cui unica conoscenza in materia deriva da un giornalino pubblicitario (un numero di “Inked magazine”) preso per essere lasciato in sala d’attesa nello studio dentistico.

E lui ha cercato di spiegare cosa sono i tatuaggi a me. A me che li ho studiati per anni prima di farne uno, che ci ha scritto sopra una tesina di matura, che ho preso in seria considerazione l’idea di diventare una tatuatrice.

Sicuramente non sono un’esperta, anzi, in confronto a chi tatua di professione sono sicuramente parecchio ignorante ma qualcosina so. E ho provato pure a farglielo capire. Ma niente da fare, lui sapeva che fra dieci anni io mi pentirò dei miei tatuaggi e che sostanzialmente tutti coloro che si tatuano sono degli sciocchi che non sanno cosa gli aspetta nel “mondo reale” (da leggersi come: “se ti tatui in un posto visibile poi non avrai più una vita normale perché il resto del mondo è come me e ti giudicherà perennemente”).

Questa cosa ha un nome. E si chiama “mansplaining”.

Il mansplaining è un fenomeno che accade da anni, da secoli, da sempre, ma per cui si è trovato un nome soltanto di recente; se ne è cominciato a parlare con Rebecca Solnit (scrittrice di “Men explain things to me” – in italiano come “Gli uomini mi spiegano le cose”) e poi il termine è stato tradotto ufficiosamente come “minchiarimento”, che già da solo si spiega parecchio.

In ogni caso il termine originale deriva dall’unione di due parole inglesi: “man” e “explaining”, che significano rispettivamente “uomo” e “spiegare”.

Questo è un fenomeno spiacevole che evidenzia ancora una volta la nostra società profondamente patriarcale (ma di questo altri ne hanno parlato molto meglio di me), ma mi ha fatto nascere anche un’altra riflessione: spesso e volentieri non sappiamo chi abbiamo di fronte e la nostra conoscenza è piuttosto limitata.

Prima di intraprendere una conversazione quante volte ci chiediamo “sono davvero informat* su questo argomento? So di cosa sto parlando?” spesso e volentieri la risposta è no. Il ché ci porta ad errori madornali dovuti unicamente alla nostra ignoranza e alla nostra mancata riflessione prima di aprir bocca.

Quindi, ecco, nessuno vieta di parlare, ma vi si consiglia soltanto di parlare con cognizione di causa, con alle vostre spalle una solida base conoscitiva che vi eviti di passare per l* scem* di turno che tenta di psicanalizzare lo psicologo.

Fonti:

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